martedì 29 luglio 2025

La rivincita del CK One



Sveglia all’alba delle 8 senza l’amore mio che chiede di uscire, fare la pappa, uscire, giocare, fare la pappa - è un cane insistente- ci siamo preparati una colazione Italian style per poi tarellare verso il museo Fragonard. Il Poser, forte dell’esperienza della metro che da Brin va a Brignole, si è eretto a capo fila dicendo che no, non andiamo dove ci porta Google, ma alla metro da dove siamo arrivati ieri.

E così, siamo finiti per fare un tour panoramico della stazione Châtelet che, come ha fatto osservare il nostro cicerone, ha ancora le piastrelle originali, quelle per capirci, che si trovano in qualche bagno in campagna e letteralmente in tutti e i 18 tunnel che abbiamo attraversato per cambiare la metro.

Giunti finalmente a destinazione, con per fortuna ancora un po’ di anticipo, abbiamo fatto il giro dei misci intorno all’Opèra, tra pullman di turisti in gran spolvero, negozi di Rolex e lo “specchio che ti fa magra” come a pilates in via Serra.



Alle 9:55, spinti da ispirazione svizzera, abbiamo varcato l’ingresso del museo Fragonard. Il ragazzotto alla reception ci fa lo spiegone in francese e io capisco praticamente tutto, anche che la toilette è al piano di sopra e mi sono chiesta perché lo dicesse con tanta enfasi… alla fine del giro ho capito quale grande errore non approfittarne.




La visita al museo si è aperta con un piccolo workshop dove tutti e i 17 partecipanti- 14 donne sorridenti ed entusiaste e 3 uomini sorridenti e rassegnati - si sono cimentati nel riprodurre il profumo dell’anno di Fragonard che a me ricordava paro paro CK One, profumo di punta unisex degli anni 90 che compravi con entusiasmo e alla fine usavi per il cassetto della biancheria intima.

La guida ci spiega che i profumi si compongono a piramide, con la nota di fondo in basso, la nota di cuore al centro e quella di testa ovviamente in cima. 

La testa è l’essenza principale , il cuore quelle di contorno, il fondo praticamente alcol puro. Il gruppo eterogeneo composto da americani, danesi, canadesi, australiani e genovesi, si è sfidato nel riconoscere le varie essenze. Chi ci sentiva la mela, chi l’ambra, il poser ha azzeccato un gelsomino, a me sembrava tutto CK One e mi sono rassegnata pensando che il mio naso è buono solo a riconoscere le puzze. La guida ci spiega che a seconda di come vai a dosare le diverse note, il tuo profumo sarà diverso. Dopo aver dosato e mischiato, il mio sa di Glad Magic Water che però fingo di apprezzare per non dar dispiacere alla guida visto l’impegno con cui ci aveva illustrato il CKOne.




La visita prosegue con la storia del profumo nei secoli: i primi furono gli egizi, che si mettevano in testa un pezzo di cera profumata con l’idea che il caldo la facesse evaporare e il profumo mandasse segnali agli dei, a seguire i greci che stufi di vedere gli egizi col fumo in testa inventarono il profumo liquido mettendolo nella terracotta prima e nel vetro dopo. Balzo in avanti ai tempi di Maria Antonietta, che regalava ai pochi intimi una scatoletta dorata e “ramajata” con dentro il profumo, cosicché i sudditi profumati potessero flexare con quelli non profumati. Visto poi la fine che ha fatto, forse era meglio non profumare. Giro veloce sempre ai tempi di Luigi XV in cui i medici dicevano di non lavarsi “perché l’acqua fa male” e piuttosto che rischiare di morire nella jacuzzi, meglio coprirsi di profumo. Inizio a pensare che le dame non svenissero per i corsetti…

Ultima chicca, il momento Wanna Marchi dove la guida è costretta a far sentire le fragranze nuove e iconiche, dalla belle de nuit al pastrugno di Justin Bieber che onestamente, piace solo a lui. Anche ai canadesi non piaceva per niente.

Abbandonato il museo, piccola pausa di shopping




Con tanto di rappresentante dei vecchi paninari e ci siamo diretti verso Montmatre alla ricerca di crepes e gallette, e poi, col macigno sullo stomaco, verso il Sacro Cuore.


Scalino per scalino, santo per santo, ci siamo trovati davanti ad uno scempio insensato, salvato solo dalla vista spettacolare.



Coda chilometrica per accedere alla chiesa, con ogni sorta di turista fai da te, inclusa la signora vestita da monaco tibetano per una sorta di par condicio dei culti. 

Ma il culto che va per la maggiore è quello di Moccia e dei fantomatici lucchetti di 3 metri sopra il cielo. Le ringhiere sono letteralmente invase da promesse di amore eterno e, per chi arrivasse impreparato, il venditore ambulante ti vende il lucchetto e ti presta pura il pennarello per scriverci i nomi. Quando si dice “servizio completo”.



Ritorno a casa per una sosta veloce e poi il Poser e la sottoscritta sono andati a zonzo per Parigi mentre la Piccolina è rimasta a casa.




E in girulla abbiamo scoperto la torre di Saint Jacques, ossia quello che resta della chiesa dedicata a San Giacomo Maggiore, costruita nel 1500 e distrutta durante la Rivoluzione francese nel 1797. All’interno del campanile nel 1648 il buon Blaise Pascal condusse degli esperimenti sulla pressione atmosferica e visto che la torre rimase in piedi nonostante le ricerche, la popolazione gli dedicò una statua, a cui oggi fanno compagnia nel parchetto lì vicino orde di beccioni, ragazzotti svaccati e uomini persi.

Continuando la nostra esplorazione, ci siamo trovati a passeggiare lungo la Senna, e abbiamo scoperto che la coda davanti a Notre Dame fila veloce dopo le 18 e che davanti al municipio, gli amici francesi di Daniele giocano a beach come se non ci fosse un domani.






Tappa di rito da monoprix e poi via verso casa.

Domani ci aspetta una giornata culturale: faremo doppietta tra il Louvre e il Museo D’Orsay, Monnalisa o le ballerine di Degas?

lunedì 28 luglio 2025

Merenderos in Paris

Al contrario di quello che si possa pensare, la meta di quest’anno non è stata ispirata dalla serie di Netflix, che peraltro ho visto solo io, ma arrivati al bivio tra la vacanza gioco-aperitivo e il soggiorno in una capitale europea, non c’è stato margine di scelta.

Per quanto ci potesse attrarre il risveglio muscolare o la cocomerata in spiaggia, abbiamo optato per il solito tour de force che accompagna i nostri viaggi.

A questo giro però viaggeremo in 3, la Bertux, stagista indefessa presso la Pasticceria Rebecca (andateci che merita) non aveva ferie in questo periodo. E poi, quando ha appreso la meta, ha detto che potevamo andare pure che “tanto ci era già stata”. A Joy invece è stato detto che “la mamma va ma poi la nonna ti porta”. Lui lì per lì ci ha pure creduto, ma quando ha visto che la nonna lo portava solo in via Burlando, ha capito di essere stato fregato.

Non avendo voli diretti da Genova compatibili con il nostro itinerario e volendo provare l’ebrezza del TGV, abbiamo optato per la tratta in treno Torino - Parigi, facendo una notte nella città piemontese e scoprendo l’hotel a 1 stella più figo della città.




Questa mattina, belli come il sole, ci siamo diretti verso una deserta e desolata Porta Susa, 




talmente desolata che pure il McDonald era chiuso.


E dopo un viaggio ricco di chiacchiere e tanta tanta compagnia, siamo finalmente arrivati a Parigi. 

Gare de Lyon è come tutte le grandi stazioni: c’è quello che si blocca ai tornelli e quello dietro che bestemmia, i bambini urlanti, quelli che aspettano i parenti con gioia e quelli che con ancor più gioia, li lanciano sul treno col caccia fruste scappando veloce prima che ci ripensino e scendano.

Poi ci siamo noi, formazione coda più bagagli che optano per il Navigo semaine - ossia il pass per i mezzi per una settimana. E proprio mentre siamo in coda, sentiamo che la persona allo sportello parla italiano ed “ecco le vostre carte” ma “dovete metterci una foto” ma non fatela alle macchinette che costa €8. Detto fatto, 3 minuti dopo e con 24€ in meno, produciamo 3 ritratti degni di San Vittore. 



Arrivati all’appartamento, scopriamo che è super centrale e che c’è intorno tutto quello che ci piace: monoprix, caffè coreani, gallerie d’arte, negozi di ciarpame e un bugigattolo che con soli 60€ ti fa il refill del gel alle unghie. Glissiamo con eleganza Franco-cinese pensando che da chanail costa un terzo e che la Piccolina starà senza mignolo fino a sabato.

Giro di rito da monoprix per poi sistemazione in casa seguito da giro di docce - utile tanto quanto il giro da monoprix.









Formazione di coppia per sopralluogo veloce col Poser e scoprire nell’ordine che: il Pompidou center è letteralmente a 5 minuti di strada, a 3 si trova una pasticceria pazzesca intitolata ad una fantomatica “madre di famiglia” che secondo noi sfornava dolci per non badare ai figli e per non sentire il marito che cantava le lodi della Nutella (ogni riferimento a fatti o persone conosciuti è puramente casuale) e che 3 minuti dopo il Pompidou e 6 dopo la madre, c’è Notre Dame.

Rientro a casa per cena monoprixiana e programma per domani: andremo al museo Fragonard a snasare profumi, a capirne l’origine e a preparare la nostra fragranza. 

A domani 😉


giovedì 8 agosto 2024

L’amico Vincent

Ultimo giro di giostra in una città che ci ha accolto come accoglie tutti i turisti: si sposta un po’ in là e ti fa spazio.

E questo spazio noi lo abbiamo fatto nostro, senza imparare mezza parola di olandese perché qui tutti parlano perfettamente inglese. Tutti tranne uno, il commesso di un negozio di ciarpame, tanto caro alla Bertux, che tenta di spiegarci che se compri 3 ciarpami, magicamente nei puoi prendere 6, non pagando quelli meno cari. Ecco qui, l’inizio della nostra giornata, che doveva essere dedicata all’arte e alla cultura ma è già partita nella direzione opposta. Pranzo da porchettaro per la sottoscritta e il Poser 




e poi via verso il museo di van Gogh. Per fare le cose per bene abbiamo preso visita con guida, per la durata di un’ora e mezza. Troppo breve per la sottoscritta e il Poser, un calvario per le ragazze. Ad attenderci all’ingresso la guida multilingue, segno di riconoscimento “ombrello azzurro” come specificato nella app.






Alle 14:15 in punto, varchiamo la soglia del van Gogh museum, un edificio costruito nel 1973 per volere del nipote di Vincent, che, quadri alla mano, chiese alla città di Amsterdam di costruire un museo dedicato, onde evitare che i quadri dello zio fossero esposti in altri musei del paese. 





L’amministrazione si fatta due conti e alla fine ha detto a Vincent junior “a noi sta bene ma i quadri ce li metti tu “. Andata. E da oltre 50 anni milioni di persone varcano la soglia del museo alla scoperta dell’artista, del rapporto con la famiglia e con la campagna, unica vera maestra di vita.

La guida chiama van Gogh per nome, come se fossero vecchi amici, forse se passassimo ore e ore tra i dipinti, anche noi lo chiameremmo Vincent. L’amica di Vincent ci spiega come l’artista abbia imparato da solo a dipingere e ci mostra alcune imprecisioni in alcune delle opere più famose, come ad esempio i “mangiatori di patate”. 




Se guardiamo bene, la signora tutta a destra ha un braccio bislungo, di lei però l’amica di Vince non conosce il nome, per cui si limita ad indicarla con il dito, tipo “quella là”.

Da qui si capisce che l’unica vera amica era lei.

Ai piani superiori ci racconta del periodo francese, in cui Vince fu ospitato dal fratello Theo, mercante d’arte, e dalla famiglia di lui. A Parigi van Gogh entra in contatto con gli artisti dell’epoca, gli impressionisti, i puntinisti, tutti quegli artisti che segnano una rottura con il passato e che a scuola ci piacevano di più perché in fondo, parlano a tutti. Sempre in Francia, a Auverse, vive un periodo con Gauguin, con cui litigava continuamente ed è proprio la fine di questa amicizia che segna il declino della sua salute mentale fino ad arrivare all’epilogo che tutti conosciamo. 






La guida ci spiega che i numerosi autoritratti non erano segno di vanità ma studi, non potendosi permettere un modello, usava se stesso- e probabilmente anche uno specchio. Ci svela anche che l’uso dei colori non è casuale, ma l’artista usa sempre colori complementari: essendo lui rosso di capelli, si ritrae vestito di blu. E la casacca da contadino è per lui un modo di raccontare le origini, la campagna da cui tutto prende vita. Terminata la visita, andiamo a farci derubare dal bar del museo, per poi dividerci in due gruppi: Poser e Piccolina verso l’hotel, a vedere la mostra di Wong (era compresa nel biglietto) e ultimo giro di shopping per la sottoscritta e la Bertux.






Wong era un artista canadese la cui breve vita fu influenzata molto dal lavoro di van Gogh, tanto che le sue opere sembrano un Vincent rivisitato. Lì abbiamo visto il dipinto della stanza da letto di van Gogh, stanza a lui cara che ha dipinto con colori caldi.

Ricongiunta la truppa ci siamo recati dal nostro wokettaro preferito, un ragazzo siriano che studia a Leiden e che lavora di sera per mantenersi. Il posto si chiama Wok Inn, la pulizia forse non è il suo punto di forza ma il cibo ti rimette in pace con il mondo.




La Bertux, che aveva già porchettato con un hot dog ha preferito chiudere in bellezza con una mega crêpes alla Nutella, tanto da domani si torna a regime.




Salutiamo così, con i baffi di cioccolato, un Paese che vale la pena visitare. 

Dag! Che vuol dire arrivederci- almeno una parola la abbiamo imparata.