Partenza goliardica questa mattina quando la sottoscritta ha premuto per ben 3 volte il campanello della vicina di sotto pensando di accendere la luce al piano e scappando di corsa quando ha capito che non era la luce. La signora ha poi beccato le ragazze e le ha accusate di essere le autrici dello scherzo da preti, ma non si fa dai, suonare i campanelli alle 9 del mattino…
Usciti dal portone in tutta fretta, ci siamo diretti con largo anticipo verso l’ormai famosa Cumana, con il risultato di essere al punto di raccolta in piazza S. Domenico Maggiore, con un’ora di anticipo.
Arrivati però in piazza, scopriamo che il civico indicato nel biglietto non esiste: c’è il 10-12-14 ma il 16 no. Allora ci sediamo su vasi sicuramente antichi e cadiamo vittime di una signora che in 3 minuti ci ha tolto il malocchio, venduto i numeri di San Gennaro e regalato porta fortuna di dubbia provenienza (un ciondolo è chiaramente una foglia di cannabis), tutto però attribuibile al santo. E forse di benedizioni in questo periodo qualcuna in più ci serve. Adocchiato poi uno che poteva sembrare una guida turistica- e infatti lo era - ci spiega che tecnicamente il civico 16 non esiste ma lo indicano per fa sì che la gente resti nella piazza. E visto che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, mi sono infilata in un caruggio con la numerazione che ripartiva dal 4, per poi ricevere la telefonata della guida (quella giusta) che ci chiedeva dove fossimo finiti mentre si nascondeva sotto l’obelisco di San Domenico, che proprio piccolo piccolo non è. Afferrati gli auricolari che però vanno bene solo per l’orecchio destro - chi è sordo da quell’orecchio può leggere il labiale o attaccarsi al compagno di viaggio - siamo partiti alla volta del Cristo Velato.
La nostra guida, Carlo, è un ragazzotto dalle maniere raffinate a cui sicuramente piace raccontare non solo del Cristo ma del contesto in cui questa statua prende vita. Inizia a parlarci di Raimondo Di Sangro, principe di Sansevero, che nella vita ha voluto fare un po’ di tutto, e visto che era il principe, alla fine glielo lasciavano fare. Così per ammazzare il tempo ha fatto l’esoterista, l’inventore, l’anatomista, il militare, l’alchimista, il massone, il
letterato e perfino l’accademico. Il popolo pensava fosse un pazzo, i letterati urlavano al genio, però il buon Raimondo non si è mai demoralizzato, nemmeno quando la Chiesa gli ha fatto capire che non poteva sostituire la fede con la ragione, e lui, facendo spallucce, ha costruito in quella che era la cappella di famiglia, il luogo in cui si spiega il percorso massonico.
Lasciando alle spalle pregiudizi e preconcetti sulla massoneria, si renda merito al Raimondo di aver pensato al concetto di un uomo moderno che, come direbbe la Dove, deve aspirare alla migliore versione di sé . Questo attraverso la pratica di 10 virtù: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, tolleranza, fratellanza, umiltà, carità, amore per la verità e libertà. Il Raimondo le rappresenta tramite 10 sculture ma nessuna di esse contempla la fede in Dio, e questo fece arrabbiare ancora di più la Chieda. Ma il top Raimondo lo raggiunse quando parlando di uomo libero parlò di Gesù, libero perché governato, state accuorti, dalla ragione. E mo basta disse Benedetto XIV, e così, per chiudere in bellezza, il Raimondo mise la ciliegina sulla torta commissionando al Corradini la scultura rappresentante un Cristo velato, ossia il momento in cui l’Uomo grazie alla ragione, toglie il velo. Corradini però realizzò solamente la bozza, ma morì prima di iniziarne la realizzazione. Sarà Giuseppe Sanmartino, suo allievo, a creare l’opera in soli tre mesi.
Ora, la leggenda dice che fu il diavolo ad aiutarlo- ma perché mi chiedo io? Per smaronare Benedetto XIV? - ma la verità è che l’esecuzione fu preceduta da due anni di studio, anni in cui Giuseppe rivide il bozzetto insieme a Raimondo e soprattutto si fece due conti al volo. Era disoccupato, al tempo aveva già 30 anni e aveva fatto solo statuine del presepe, e non essendoci Maradona non è che ne avesse vendute molte in più, se se la fosse giocata male, manco le statuine tornava a fare. Così diavolo o meno, si rimboccò le maniche per realizzare un’opera meravigliosa, che solo se la vedi dal vivo, capisci cosa sia la parola maestria.
Abbandonata la guida, le virtù e i veli, ci siamo lanciati in riti pagani
come il taglio della pizza fritta,
la distribuzione del supplì e la limonata a coscia aperta- una di quelle belinate da social che però poi sono molto divertenti.
Google Maps alla mano, ci siamo diretti, perdendoci, verso la seconda attività della giornata: Napoli sotterranea.
Ormai sciolti dal caldo e scarichi dei rutti della limonata, ci siamo affidati a Marco, la
nostra guida che ci ha accompagnato alla scoperta di quello che, di fatto, era l’acquedotto della città.
Nonostante la teatralità del racconto e la notevole dote oratoria, abbiamo fatto fatica a seguire il buon Marco che passando dai greci ai romani, dalle sirene a Nolan e dallo sgridare in napoletano stretto 4 giapponesi molesti che tentavano di tradurre il racconto con Google translate- figli miei, manco noi abbiamo capito dove voleva arrivare, che pensavate di fare voi con quei telefonini?? ci ha finalmente portato attraverso sale e cunicoli,
facendoci toccare con mano il lavoro di Melisurgo. L’ing. Guglielmo alla fine dell'Ottocento non sapendo cosa fare esplorò e mappò meticolosamente il sottosuolo di Napoli, riscoprendo i canali dell'antico acquedotto romano e le numerosissime cavità dimenticate sotto i palazzi. A distanza di anni, dismesso l’acquedotto, i cunicoli vennero usati come rifugi durante i bombardamenti. E pensare che Guglielmo si era chiesto più volte, ma poi, sto mio lavoro, a che servirà mai?
Hai visto Gugliè che a qualcosa è servito?
Ringalluzziti dal fresco dei cunicoli e galvanizzati dai giri sottoterra in passaggi decisamente stretti, siamo riemersi in superficie per beccarci uno schiaffo in faccia dal caldo, che ci ha ricordato che giù è in un modo, ma su in un altro.
Arrancando verso la stazione, la sottoscritta è riuscita pure a comprare un vestito al volo approfittando del cambio di passo del gruppo, ma poi basta, si torna a casa.
Arrivati finalmente a casa, abbiamo salito le scale senza suonare campanelli e abbiamo iniziato il solito giro di docce.
Serata a recuperare e a pianificare la giornata di domani: escursione a Procida.
Stay tuned.
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