Questa mattina, belli come il sole ma con scarso allenamento, ci siamo lanciati nella maratona dei musei: prima il Musée d'Orsay, poi il Louvre.
Con noi, altri 3 o 4 milioni di persone, armati di telefonini, audioguide, guide in carne ed ossa, ChatGPT e le intramontabili mappe cartacee. E nonostante tutto, regnava sovrano un casino fotonico.
Dei due la mia preferenza cade sempre sul
Musée d'Orsay. Il museo era un tempo una stazione ferroviaria (la Gare d'Orsay) che fu costruita in occasione dell'Esposizione Universale del 1900. Negli anni 70 visse una fase di declino ed abbandono: dimessi i treni e finiti i fasti, i parigini si sono fatti 4 conti e 3 riporti e tra buttare giù tutto e farci un’esselunga o mettere nella struttura opere comprare e “jattate” hanno preferito la seconda opzione, monetizzando notevolmente nel tempo.
E così, nel 1986, apriva il museo più famoso al mondo per la collezione di arte impressionista e post-impressionista.
Tra i soliti noti Monet, Van Gogh, Degas, Renoir, Cézanne e Gauguin, abbiamo trovato alcuni cari amici. Berthe Morisot,
poco conosciuta in Italia, fu una delle poche donne a far parte del gruppo fondatore del movimento impressionista, partecipando regolarmente alle loro mostre.
Posò per Édouard Manet, che la ritrasse più volte, ma finì per sposarne il fratello fancazzista. E visto che Eugene non faceva un belino tutto il giorno, la povera Berthe incentrò la sua arte sulla vita di tutti i giorni: donne, bambini, interni domestici e giardini, dipinti con uno stile luminoso e leggero - magari un po’ noiosa sì, ma brutta la sua vita non lo era per niente. Tra gli altri amici troviamo il quadro del film di Mr. Bean, qui però nella sua versione originale,
Degas con le ballerine scolpite con cui l’artista mostrava la fatica e la disciplina dietro la grazia delle ballerine.
Tra gli altri amici ritroviamo Van Gogh, visto lo scorso anno ad Amsterdam, Gaugin e l’orso delle Golia Bianca,
realizzato da François Pompon.
Tempo di trovare una brasserie gluten free
(NoGlu - merita) e siamo ripartiti verso la seconda tappa della giornata. Mentre il Poser e la Piccolina si riposavano all’ombra della cultura, la sottoscritta se ne andava a zonzo per i Jardin des Tuileries, dove è stata posizionata un’installazione dedicata ai giochi olimpici.
Sembra una mongolfiera sospesa, ma in realtà è un mix di LED, acqua nebulizzata e aggeggi hi-tech. Niente fuoco, altrimenti qualcuno ci avrebbe sicuramente cotto un paio di arrosticini.
Arrivata l’ora X, ci siamo diretti verso quel bordello che è il Louvre.
Orde di selfatari di grande abilità, si parcheggiano davanti alle opere più “iconiche” snobbando dipinti e statue di notevole rilievo.
Ad esempio, insieme alla Venere di Milo, alla Nike di Samotracia e alla Gioconda,
facevano bella mostra di sé la gamba di “Tre uomini e una gamba” e le chiappe di marmo di Apollo.
Mappa alla mano, ci siamo letteralmente persi e abbiamo attraversato sale e sale completamente vuote, seguiti da un gruppetto di giapponesi che, vedendoci convinti, si sono persi pure loro.
Prima di smammare, vinti dal saliscendi di scale e scalette e dallo slalom tra i selfatari, abbiamo trovato il San Sebastiano del Mantegna,
che non si filava nessuno, Il Giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David,
infelicemente posto accanto a La Libertà che guida il popolo (La Liberté guidant le peuple)
di Eugène Delacroix, che celebra la Rivoluzione di Luglio del 1830, che rovesciò il re Carlo X. Al centro, la figura allegorica della Libertà (una donna a seno scoperto, armata di fucile e con la bandiera tricolore) guida il popolo verso la libertà, tra barricate e corpi caduti.
E tra barricate di selfie stick e bandiere delle guide turistiche, abbiamo eroicamente guadagnato l’uscita. Poser e Piccolina in ritorno sulla metro, la sottoscritta a piedi - 31 minuti esatti- per entrare ancora meglio nella vita parigina.
Domani andremo alla Torre Eiffel e faremo un giro sulla Senna. Alla fine siamo turisti anche noi!

























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