giovedì 31 luglio 2025

Il Presidente della bocciofila




Questa mattina ingannati dalla sveglia e dalla metropolitana- sempre disobbedendo a Google maps, abbiamo cannato in pieno l’orario della visita alla Torre Eiffel. L’aver cannato ci ha regalato un’esperienza unica e irripetibile: 30 minuti di coda per rifare i biglietti accompagnati da bambini canterini spagnoli, papà americano rassegnato con figli vestiti per la Prima Comunione e il presidente della bocciofila di Nuova Delhi, firmato Gucci e oro, così si capisce subito chi comanda.




Una volta fatta la coda per la cassa, abbiamo fatto la coda per gli ascensori. Il presidente aveva con sé un seguito di fan e assistenti, tanto che abbiamo conquistato la salita solo al terzo tentativo.

Arrivati al secondo piano della torre e fatto un giro rapido e panoramico, abbiamo fatto un’altra coda per salire al terzo e ultimo piano del monumento.








 Lì abbiamo seminato il Presidente e la sua corte per ammirare un panorama mozzafiato, tanto che pure Gustav Eiffel aveva piazzato lì il suo ufficio, 




ignaro che un giorno sarebbe diventato meta ambita di merenderos, bocciofilisti e aficionados del brindisi in alta quota, rigorosamente nei bicchieri di plastica.




Ammirato il panorama ancora da più in alto, abbiamo poi fatto un’altra coda per riscendere al secondo piano , ma questa volta abbiamo conquistato la vetrata dell’ascensore tra i  vari oooohh e i commenti del Poser che contava la ruggine sui bulloni dicendo che prima o poi sarebbe venuto giù tutto.





Con questo pensiero positivo ben stampato in fronte, siamo scesi al piano terra facendo le scale. 10 minuti secchi contro i 30 abbondanti della coda, scongiurando così che si adempisse la profezia del Poser.

Scesi dalla torre, essendosi fatta na certa, abbiamo cercato un altro ristorante gluten free, proprio non appena il Poser aveva finito di dire “a pranzo mi sparo un bell’hamburger” e invece si è scofanato una burrata con verdure.

Terminato il pranzo, ci siamo diretti filati filati alla seconda meta acchiappaturisti: la mini crociera sulla Senna. Per non perdere l’allenamento, abbiamo fatto un’altra mezz’ora di coda, 

per poi piazzarci allegramente sulle panche di legno del bateau mouche. La guida ci raccomanda di inquadrare il QR code per scoprire in tempo reale i monumenti che il battello costeggia e ripete con enfasi, in quattro lingue diverse, che la toilette chiuderà 10 minuti prima di attraccare, quindi esattamente dopo 50 minuti. Incuffiata stile lascia o raddoppia, inquadro il QR code per scoprire che non funziona, per cui mollo la cultura e mi affido alle spiegazioni della guida - tra le 4 lingue qualcosa capirò?






In realtà lo spiegone parte in maniera capillare in francese, con dettagli su anni e artisti, re e architetti. Perde qualche dettaglio in inglese e risulta ancora più stringato in spagnolo. Quando arriva il turno dell’italiano, la guida si limita a dire “ecco il ponte Alessandro III” oppure “e alla vostra destra il Louvre”.

Ma nonostante la spiegazione stringata, il giro merita veramente, soprattutto se si becca una giornata nè troppo calda, nè troppo fredda- proprio come quella di oggi.

Una volta sbarcati senza aver usato la toilette, ci siamo diretti al paradiso della Piccolina, ossia il centro commerciale Les Halles, che, a detta del Poser, è uno dei più grandi in Europa. 





E per smarcare anche questa meta, come non tornare vincitori con un paio di tanga Victoria’s Secret - la Piccolina - e due magliette di Zara, la sottoscritta, che ha messo in valigia magliette troppo pesanti per i prossimi due giorni.

Serata tranquilla e rilassante, domani io andrò a pilates, aggiungendo Parigi al mio personale pilates tour - ad oggi conta Genova, Courmayeur e Marsiglia - e poi il cimitero Père-Lachaise. La sera chiuderemo le danze con la visita alla torre panoramica di Montparnasse ultima tappa della nostra vacanza.

Sabato mattina si torna in Italia 😊

mercoledì 30 luglio 2025

La maratona della cultura







Questa mattina, belli come il sole ma con scarso allenamento, ci siamo lanciati nella maratona dei musei: prima il Musée d'Orsay, poi il Louvre.

Con noi, altri 3 o 4 milioni di persone, armati di telefonini, audioguide, guide in carne ed ossa, ChatGPT e le intramontabili mappe cartacee. E nonostante tutto, regnava sovrano un casino fotonico.

Dei due la mia preferenza cade sempre sul 

Musée d'Orsay. Il museo era un tempo una stazione ferroviaria (la Gare d'Orsay) che fu costruita in occasione dell'Esposizione Universale del 1900. Negli anni 70 visse una fase di declino ed abbandono: dimessi i treni e finiti i fasti, i parigini si sono fatti 4 conti e 3 riporti e tra buttare giù tutto e farci un’esselunga o mettere nella struttura opere comprare e “jattate” hanno preferito la seconda opzione, monetizzando notevolmente nel tempo.

E così, nel 1986, apriva il museo più famoso al mondo per la collezione di arte impressionista e post-impressionista.





Tra i soliti noti Monet, Van Gogh, Degas, Renoir, Cézanne e Gauguin, abbiamo trovato alcuni cari amici. Berthe Morisot, 




poco conosciuta in Italia,  fu una delle poche donne a far parte del gruppo fondatore del movimento impressionista, partecipando regolarmente alle loro mostre.

Posò per Édouard Manet, che la ritrasse più volte, ma finì per sposarne il fratello fancazzista. E visto che Eugene non faceva un belino tutto il giorno, la povera Berthe incentrò la sua arte  sulla vita di tutti i giorni: donne, bambini, interni domestici e giardini, dipinti con uno stile luminoso e leggero - magari un po’ noiosa sì, ma brutta la sua vita non lo era per niente. Tra gli altri amici troviamo il quadro del film di Mr. Bean, qui però nella sua versione originale, 




Degas con le ballerine scolpite con cui l’artista mostrava la fatica e la disciplina dietro la grazia delle ballerine. 



Tra gli altri amici ritroviamo Van Gogh, visto lo scorso anno ad Amsterdam, Gaugin e l’orso delle Golia Bianca, 





realizzato da François Pompon. 

Tempo di trovare una brasserie gluten free




 (NoGlu - merita) e siamo ripartiti verso la seconda tappa della giornata. Mentre il Poser e la Piccolina si riposavano all’ombra della cultura, la sottoscritta se ne andava a zonzo per i Jardin des Tuileries, dove è stata posizionata un’installazione dedicata ai giochi olimpici. 



Sembra una mongolfiera sospesa, ma in realtà è un mix di LED, acqua nebulizzata e aggeggi hi-tech. Niente fuoco, altrimenti qualcuno ci avrebbe sicuramente cotto un paio di arrosticini. 

Arrivata l’ora X, ci siamo diretti verso quel bordello che è il Louvre. 



Orde di selfatari di grande abilità, si parcheggiano davanti alle opere più “iconiche” snobbando dipinti e statue di notevole rilievo.

Ad esempio, insieme alla Venere di Milo, alla Nike di Samotracia e alla Gioconda,







 facevano bella mostra di sé la gamba di “Tre uomini e una gamba” e le chiappe di marmo di Apollo.





Mappa alla mano, ci siamo letteralmente persi e abbiamo attraversato sale e sale completamente vuote, seguiti da un gruppetto di giapponesi che, vedendoci convinti, si sono persi pure loro.





Prima di smammare, vinti dal saliscendi di scale e scalette e dallo slalom tra i selfatari, abbiamo trovato il San Sebastiano del Mantegna, 




che non si filava nessuno, Il Giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David, 




infelicemente posto accanto a La Libertà che guida il popolo (La Liberté guidant le peuple




di Eugène Delacroix, che celebra la Rivoluzione di Luglio del 1830, che rovesciò il re Carlo X. Al centro, la figura allegorica della Libertà (una donna a seno scoperto, armata di fucile e con la bandiera tricolore) guida il popolo verso la libertà, tra barricate e corpi caduti.

E tra barricate di selfie stick e bandiere delle guide turistiche, abbiamo eroicamente guadagnato l’uscita. Poser e Piccolina in ritorno sulla metro, la sottoscritta a piedi - 31 minuti esatti- per entrare ancora meglio nella vita parigina.

Domani andremo alla Torre Eiffel e faremo un giro sulla Senna. Alla fine siamo turisti anche noi! 

martedì 29 luglio 2025

La rivincita del CK One



Sveglia all’alba delle 8 senza l’amore mio che chiede di uscire, fare la pappa, uscire, giocare, fare la pappa - è un cane insistente- ci siamo preparati una colazione Italian style per poi tarellare verso il museo Fragonard. Il Poser, forte dell’esperienza della metro che da Brin va a Brignole, si è eretto a capo fila dicendo che no, non andiamo dove ci porta Google, ma alla metro da dove siamo arrivati ieri.

E così, siamo finiti per fare un tour panoramico della stazione Châtelet che, come ha fatto osservare il nostro cicerone, ha ancora le piastrelle originali, quelle per capirci, che si trovano in qualche bagno in campagna e letteralmente in tutti e i 18 tunnel che abbiamo attraversato per cambiare la metro.

Giunti finalmente a destinazione, con per fortuna ancora un po’ di anticipo, abbiamo fatto il giro dei misci intorno all’Opèra, tra pullman di turisti in gran spolvero, negozi di Rolex e lo “specchio che ti fa magra” come a pilates in via Serra.



Alle 9:55, spinti da ispirazione svizzera, abbiamo varcato l’ingresso del museo Fragonard. Il ragazzotto alla reception ci fa lo spiegone in francese e io capisco praticamente tutto, anche che la toilette è al piano di sopra e mi sono chiesta perché lo dicesse con tanta enfasi… alla fine del giro ho capito quale grande errore non approfittarne.




La visita al museo si è aperta con un piccolo workshop dove tutti e i 17 partecipanti- 14 donne sorridenti ed entusiaste e 3 uomini sorridenti e rassegnati - si sono cimentati nel riprodurre il profumo dell’anno di Fragonard che a me ricordava paro paro CK One, profumo di punta unisex degli anni 90 che compravi con entusiasmo e alla fine usavi per il cassetto della biancheria intima.

La guida ci spiega che i profumi si compongono a piramide, con la nota di fondo in basso, la nota di cuore al centro e quella di testa ovviamente in cima. 

La testa è l’essenza principale , il cuore quelle di contorno, il fondo praticamente alcol puro. Il gruppo eterogeneo composto da americani, danesi, canadesi, australiani e genovesi, si è sfidato nel riconoscere le varie essenze. Chi ci sentiva la mela, chi l’ambra, il poser ha azzeccato un gelsomino, a me sembrava tutto CK One e mi sono rassegnata pensando che il mio naso è buono solo a riconoscere le puzze. La guida ci spiega che a seconda di come vai a dosare le diverse note, il tuo profumo sarà diverso. Dopo aver dosato e mischiato, il mio sa di Glad Magic Water che però fingo di apprezzare per non dar dispiacere alla guida visto l’impegno con cui ci aveva illustrato il CKOne.




La visita prosegue con la storia del profumo nei secoli: i primi furono gli egizi, che si mettevano in testa un pezzo di cera profumata con l’idea che il caldo la facesse evaporare e il profumo mandasse segnali agli dei, a seguire i greci che stufi di vedere gli egizi col fumo in testa inventarono il profumo liquido mettendolo nella terracotta prima e nel vetro dopo. Balzo in avanti ai tempi di Maria Antonietta, che regalava ai pochi intimi una scatoletta dorata e “ramajata” con dentro il profumo, cosicché i sudditi profumati potessero flexare con quelli non profumati. Visto poi la fine che ha fatto, forse era meglio non profumare. Giro veloce sempre ai tempi di Luigi XV in cui i medici dicevano di non lavarsi “perché l’acqua fa male” e piuttosto che rischiare di morire nella jacuzzi, meglio coprirsi di profumo. Inizio a pensare che le dame non svenissero per i corsetti…

Ultima chicca, il momento Wanna Marchi dove la guida è costretta a far sentire le fragranze nuove e iconiche, dalla belle de nuit al pastrugno di Justin Bieber che onestamente, piace solo a lui. Anche ai canadesi non piaceva per niente.

Abbandonato il museo, piccola pausa di shopping




Con tanto di rappresentante dei vecchi paninari e ci siamo diretti verso Montmatre alla ricerca di crepes e gallette, e poi, col macigno sullo stomaco, verso il Sacro Cuore.


Scalino per scalino, santo per santo, ci siamo trovati davanti ad uno scempio insensato, salvato solo dalla vista spettacolare.



Coda chilometrica per accedere alla chiesa, con ogni sorta di turista fai da te, inclusa la signora vestita da monaco tibetano per una sorta di par condicio dei culti. 

Ma il culto che va per la maggiore è quello di Moccia e dei fantomatici lucchetti di 3 metri sopra il cielo. Le ringhiere sono letteralmente invase da promesse di amore eterno e, per chi arrivasse impreparato, il venditore ambulante ti vende il lucchetto e ti presta pura il pennarello per scriverci i nomi. Quando si dice “servizio completo”.



Ritorno a casa per una sosta veloce e poi il Poser e la sottoscritta sono andati a zonzo per Parigi mentre la Piccolina è rimasta a casa.




E in girulla abbiamo scoperto la torre di Saint Jacques, ossia quello che resta della chiesa dedicata a San Giacomo Maggiore, costruita nel 1500 e distrutta durante la Rivoluzione francese nel 1797. All’interno del campanile nel 1648 il buon Blaise Pascal condusse degli esperimenti sulla pressione atmosferica e visto che la torre rimase in piedi nonostante le ricerche, la popolazione gli dedicò una statua, a cui oggi fanno compagnia nel parchetto lì vicino orde di beccioni, ragazzotti svaccati e uomini persi.

Continuando la nostra esplorazione, ci siamo trovati a passeggiare lungo la Senna, e abbiamo scoperto che la coda davanti a Notre Dame fila veloce dopo le 18 e che davanti al municipio, gli amici francesi di Daniele giocano a beach come se non ci fosse un domani.






Tappa di rito da monoprix e poi via verso casa.

Domani ci aspetta una giornata culturale: faremo doppietta tra il Louvre e il Museo D’Orsay, Monnalisa o le ballerine di Degas?